A Lisbona
A Lisbona, città piena di cicatrici
Scrivo queste parole a caldo, ieri sera sono andata a dormire con le immagini della tragedia dell’elevador da Glória ancora negli occhi, stamattina quando è suonata la sveglia stavo piangendo per un incubo in cui avevo vent’anni e non trovavo più nessuno attorno a me, io non ho una ricetta per gestire bene le emozioni forti, l’unica cosa che so fare è scrivere e quindi eccomi qua.
Ho un ricordo preciso legato a praça dos Restauradores - che è la piazza da cui parte l’elevador - è un ricordo che risale all’estate del 1999, la mia amica Susana e io arrivavamo da una festa nella Mouraria e dovevamo andare al Bairro Alto ma a un certo punto cademmo a terra dalle risate, ridevamo come matte proprio in quella piazza, saranno state le tre del mattino, le auto passavano e noi ridevamo, a pochi metri l’elevador fermo e poi la nostra scalata fino al miradouro de São Pedro de Alcantara per cercare un bar che non esisteva o forse non avevamo capito bene il nome.
Penso ora a quelle risate, a quella notte, e vedo solo il fumo dei video di ieri sera, le urla, la voce di un passante che dice «há crianças», ci sono dei bambini.
Non ci sono e non devono esserci classifiche del dolore, ciò che è dolore per me può non esserlo per te e viceversa, la nostra natura, la natura di ogni essere umano fa sì che ciò che accade a un chilometro di distanza o in un luogo che conosciamo bene ci colpisca molto di più di ciò che succede dove non siamo mai stati e dove forse non andremmo mai - è sbagliato, bisognerebbe saper andare oltre, lo so, ma è qualcosa che forse dovremmo cominciare ad accettare sia in noi stessi sia negli altri.
E quindi è un dolore enorme per me vedere una tragedia in un luogo che amo e che mi ha amata e cresciuta, vedere una tragedia in un momento di festa come sono i momenti dei viaggi (quelli che si ricordano quasi sempre sorridendo), immaginare le persone che salgono sull’elevador e fanno foto e video come ho spesso fatto io e come hanno fatto sempre i gruppi che ho portato, ed è ancora più grande questo dolore se penso che Lisbona ha il cuore pieno di cicatrici, le sue cicatrici sono parte integrante del suo essere, ho perso il conto delle persone che tornano da Lisbona e mi parlano del lato malinconico che non si aspettavano di trovare, del resto i più importanti filosofi portoghesi hanno scritto libri interi sul sentimento della saudade.
Il massacro del 1506, il terremoto del 1755, i crimini della dittatura di Salazar, l’incendio della chiesa di São Domingos del 1959, l’incendio del Chiado del 1988: quando porto i gruppi a Lisbona mi soffermo molto su queste cicatrici perché la storia dei luoghi è fatta di conquiste e progresso e guai se non fosse così ma è anche fatta purtroppo da tragedie e dolore e sono il dolore e le tragedie che raccontano le storie delle persone e di conseguenza l’anima di un paese.
Ho nelle bozze una lettera d’amore per Lisbona, non è questo il momento, ora sto scrivendo cose a caso senza una scaletta, senza un obiettivo, ma forse è anche questa una lettera d’amore, una lettera d’amore a una città che mi accoglie sempre per guarirmi, per farmi vedere la vita e il futuro da un altro punto di vista. Per dirmi che è ancora tutto possibile.
Quasi tutte le persone che ho portato a Lisbona mi hanno detto «Io qua vivrei» ed è ovvio, è chiaro perché - anche se, lo sappiamo, esistono problemi enormi legati soprattutto a un mercato immobiliare selvaggio che spinge via dal centro i lisboeti e accoglie i milionari - al turista che arriva appare una città in cui si sta bene, una città in cui il vento si porta via i pensieri e li porta lontano, in quel blu dove salpavano gli esploratori cinquecento anni fa.
Esisterà una nuova ferita e sarà difficile farla rimarginare perché la sfortuna - o l’incompetenza o l’ingordigia, saranno appurate le cause - ha colpito là dove Lisbona ha messo tanto delle sue energie negli ultimi anni: il turismo, i momenti felici passati in un luogo in cui sembra che nulla possa andare male, il fascino antico di una città che racconta il futuro e il passato con la stessa passione.
Esisterà la ferita ma - ne sono certa - nascerà presto anche un sentimento profondo di unità e di cura, la mia amica che si è tagliata un dito anni fa mi diceva che dopo l’operazione sentiva la ferita pulsare, i tessuti si stavano ricreando, il sangue affluiva, e sarà così anche per Lisbona, ci saranno polemiche di sicuro ma ci sarà anche un enorme desiderio di curare tutti insieme quella ferita così come è stato fatto le altre volte, tutte le altre volte nella storia di questo popolo umile e orgoglioso.
Nei miei gruppi ho sentito dire spesso anche «Si parla così poco del Portogallo sui giornali», e io spero davvero che in questo caso se ne parli sempre con il rispetto che si deve a ogni paese del mondo, spero (anche se purtroppo già immagino) che a nessuno venga in mente di usare la parola overturismo a sproposito, spero che a nessuno venga in mente di dire che questa tragedia è successa perché Lisbona è invasa dai turisti perché non avrebbe nessun senso, gli elevador piacciono tanto ai turisti, certo, ma questa è un’altra storia, e - mi spingo un po’ in là ma sapete com’è, leggo molti giornali - ancora di più spero che nessuno usi questa tragedia come metafora di una città che si schianta a causa dell’enorme peso del turismo perché sarebbe davvero troppo e sarebbe ingiusto nei confronti di un popolo che pochi conoscono a fondo.
I granduchi del Lussemburgo hanno appena postato le loro condoglianze nei confronti del popolo portoghese, la comunità portoghese in Lux è una delle più grandi, conta 100.000 persone (su una popolazione totale di 680.000), i portoghesi hanno letteralmente costruito - con il loro lavoro nelle imprese edili - metà Lussemburgo (l’altra metà gli italiani), mi è venuto in mente il dolore che staranno provando le tantissime comunità portoghesi nel mondo, comunità che hanno un modo di fare famiglia, di stare unite, di preservare le tradizioni che spesso mi ha commossa.
L’ho detto all’inizio, scrivo perché mi fa stare meglio, non so che senso abbia questa newsletter, forse è solo che vorrei essere a Lisbona in questo momento, vorrei aiutarla come lei ha sempre aiutato me ma non posso, sono a 2120 chilometri di distanza e queste mie parole e questo mio amore sono tutto quello che posso offrire.



cara Valentina, aspettavo le tue parole perché so che il Portogallo è un paese che ami molto...
Grazie, penso, come ho fatto più volte, di portare la tua lettera a scuola e farne argomento di riflessione con le classi.
C'è tanto dolore in quest'epoca e come hai scritto non c'è una classifica del dolore, ci sono luoghi, situazioni (tralasciando le persone) che ci toccano più da vicino e non penso sia sbagliato nasconderlo.
Martina